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Rapporto ICE 2016 – 2017

Espressa a prezzi correnti, la quota di mercato mondiale delle esportazioni italiane è aumentata nel 2016, consolidando la lieve ripresa in corso da qualche anno. 

La seppur modesta ripresa dell’economia mondiale e dei prezzi delle materie prime, in assenza di squilibri eccessivi delle bilance di pagamenti, dovrebbe stimolare una crescita più rapida degli scambi internazionali (3,8 per cento nel 2017), dopo il marcato rallentamento degli ultimi anni. Sembra essersi esaurita la tendenza espansiva delle reti produttive internazionali, che aveva sostenuto nei decenni precedenti la moltiplicazione degli scambi di beni e servizi intermedi.

Inoltre, hanno perso slancio le politiche di liberalizzazione commerciale e anzi sono apparsi alcuni segni di un possibile ritorno a forme diverse di protezionismo. Nel 2016 e nei primi mesi del 2017 sono entrati in vigore appena dieci nuovi trattati preferenziali che, a differenza degli anni passati, hanno riguardato in larga parte unicamente la liberalizzazione degli scambi di merci (si tratta dei tre accordi di libero scambio stipulati dall’Ue con vari paesi africani e dell’accordo concluso tra la Turchia e la Moldavia).

Tra i pochi successi dei negoziati multilaterali nell’Omc, si segnala l’entrata in vigore dell’Accordo sulla facilitazione degli scambi (Trade Facilitation Agreement, Tfa), già ratificato da 119 paesi, che potrà dare un impulso importante alla riduzione dei costi del commercio internazionale, stimolando la semplificazione delle procedure e la modernizzazione delle infrastrutture.

Il rallentamento degli scambi è concentrato nei principali paesi asiatici, a partire dalla Cina, e sembra rivelare un cambiamento nei loro modelli di sviluppo, con la produzione che si orienta in misura crescente verso mercati interni resi più dinamici dall’emergere di un ceto medio di ampie dimensioni. Con la crescita di sistemi industriali sempre più complessi, si è inoltre ampliata in questi paesi la possibilità di produrre beni finali e intermedi, oltre che servizi, in prossimità dei mercati di destinazione.

L’incertezza sulle prospettive economiche di medio periodo e soprattutto i rischi geopolitici in molte aree hanno indotto una nuova leggera flessione degli investimenti diretti esteri (Ide), dopo il consistente aumento registrato nel 2015. Con un’inversione di tendenza rispetto al recente passato, le economie sviluppate hanno attratto la maggior parte degli Ide mondiali e le fusioni e acquisizioni sono state la componente relativamente più dinamica; i flussi diretti verso i paesi in via di sviluppo sono invece diminuiti.

Le esportazioni di beni italiani, espresse in volume, nell’ultimo quinquennio sono tendenzialmente cresciute più della loro domanda potenziale nei mercati di sbocco. Quest’ultima è però aumentata meno del commercio mondiale, rivelando che l’orientamento geografico delle esportazioni italiane è rimasto concentrato verso mercati relativamente meno dinamici della media.

Espressa a prezzi correnti, la quota di mercato mondiale delle esportazioni italiane è aumentata nel 2016, consolidando la lieve ripresa in corso da qualche anno. Il recupero è stato sostenuto principalmente dal fatto che la domanda mondiale si è orientata maggiormente verso i prodotti di specializzazione del made in Italy, invertendo la tendenza contraria che aveva penalizzato le esportazioni italiane negli anni duemila. Questo effetto favorevole della struttura merceologica della domanda riflette in parte la perdita di peso delle materie prime, dovuta al declino dei loro prezzi, e in parte l’aumento della domanda di beni di consumo per la persona e per la casa, riconducibile anche alla crescita dei ceti medi in alcuni paesi emergenti.

L’apprezzamento dell’euro si è tradotto nel 2016 in una contenuta erosione dei margini di competitività guadagnati dai prodotti italiani a partire dal 2009. Espressi in euro, i prezzi delle esportazioni sono lievemente diminuiti, prolungando una tendenza in corso da qualche anno. La loro flessione è stata relativamente più accentuata per i manufatti venduti al di fuori dell’Area dell’euro, in modo da compensare in parte la perdita di competitività dovuta all’aumento del tasso di cambio.

La riduzione dei prezzi delle esportazioni è stata più marcata nei beni intermedi, penalizzando la crescita del loro valore, che nel 2016 è risultata inferiore a quella delle esportazioni di beni finali di consumo e di investimento.

I primi mesi del 2017 sono stati caratterizzati da una diffusa accelerazione degli scambi di merci, soprattutto con i paesi extra-Ue. Spiccano in particolare gli incrementi delle esportazioni conseguiti verso la Cina (27,4 per cento, nel periodo gennaio-maggio), la Russia (24 per cento), il Giappone (12,6 per cento), l’India (10,2 per cento) e gli Stati Uniti (9,4 per cento), ma la ripresa ha coinvolto l’intera Asia sud-orientale, l’America latina e l’Africa sub-sahariana.

Per l’Unione Europea i dati sono aggiornati soltanto al periodo gennaio-aprile e mostrano un incremento degli acquisti superiore alla media mondiale dalla Spagna (12,9 per cento), dai Paesi Bassi (11,1 per cento) e dall’Austria (10,2 per cento). Le esportazioni sono aumentate soprattutto verso la Polonia (12,7 per cento), la Spagna (11,1 per cento) e la Romania (8,9 per cento).

Considerando il quinquennio 2011-16, i principali mercati possono essere suddivisi in tre gruppi

  • nel primo, che include gli Stati Uniti, il Giappone, Hong Kong e diversi paesi dell’Unione Europea, le esportazioni italiane hanno guadagnato (o almeno mantenuto) la propria quota sia rispetto a quelle mondiali che all’Area dell’euro
  • nel secondo gruppo compaiono mercati, come la Germania e la Russia, dove le quote italiane, pur essendosi ridotte rispetto alle esportazioni mondiali, sono aumentate nei confronti dell’Area dell’euro
  • il terzo gruppo include i mercati critici, tra cui la Cina, la Spagna e gli Emirati Arabi Uniti, nei quali le esportazioni italiane hanno perso terreno in entrambe le direzioni di confronto.

Limitando l’analisi al periodo 2010-16, i principali settori possono essere suddivisi in tre gruppi:

  • casi di indubbio successo competitivo globale, in cui le quote dell’Italia sono aumentate, o almeno rimaste invariate, sia rispetto alle esportazioni mondiali che a quelle dell’Area dell’euro (alimentari, autoveicoli, chimica, farmaceutica, filiera della carta-stampa, meccanica)
  • casi di successo rispetto all’Eurozona, in cui le quote italiane sulle esportazioni mondiali sono diminuite, ma sono aumentate o almeno rimaste invariate quelle rispetto ai concorrenti dell’Eurozona (prodotti in legno, metallurgia, prodotti dell’Ict)
  • casi di insuccesso competitivo, in cui le quote italiane sono diminuite in entrambe le dimensioni di confronto (prodotti del sistema-moda, del sistema- casa, derivati del petrolio, prodotti in gomma e plastica, in metallo, apparecchi elettrici, mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli).

Nel complesso queste variazioni configurano un’evoluzione del modello di specializzazione internazionale delle esportazioni italiane, in cui i vantaggi comparati tradizionali nei beni di consumo per la persona e per la casa si indeboliscono, mentre emergono nicchie di specializzazione in comparti a più elevata intensità tecnologica, tra i quali continua a giocare un ruolo primario l’industria meccanica. Un’attenzione particolare merita il settore farmaceutico, che ha registrato negli ultimi anni una dinamica della domanda mondiale superiore alla media.

In un contesto di crescita sostenuta dell’interscambio, il tradizionale disavanzo commerciale dell’Italia si è molto ridimensionato e le quote di mercato delle esportazioni sono tendenzialmente aumentate sia rispetto al mondo, sia rispetto ai concorrenti dell’Eurozona.

Fonte: ICE Agenzia